Versione tradotta e adattata dell’articolo originale inglese del 27 settembre 2023. I riferimenti bibliografici restano nella lingua originale.

Sindrome da persistenza della proteina Spike — Rapida risoluzione con irradiazione ultravioletta del sangue

Rapporto di Fabrice Leu, ND e Thomas E. Levy, MD, JD

OMNS (27 settembre 2023). L’articolo descrive una terapia presentata come molto efficace, accessibile e poco costosa per la sindrome da persistenza della proteina Spike, comunemente chiamata COVID cronico o COVID lungo, applicata e riferita da Fabrice Leu in Svizzera. Resta necessario un seguito a lungo termine per stabilire se i risultati clinici e di laboratorio siano temporanei o permanenti. La terapia richiede pochi minuti in studio e può essere ripetuta in caso di ricomparsa della proteina. Gli autori ritengono che possa dare sollievo a molte persone con sintomi persistenti dopo infezione acuta o una o più vaccinazioni. Rimane aperta, secondo loro, la possibilità di eliminare completamente Spike anziché sopprimerla cronicamente.

Gli autori citano ricerche secondo cui sequenze collegate alla proteina Spike potrebbero integrarsi nel genoma. [1,2] Riferiscono il rilevamento di Spike nel sangue di alcune persone vaccinate fino a sei mesi. [3]

Secondo l’articolo, la scomparsa dalla circolazione non implica necessariamente l’eliminazione completa dall’organismo.

Breve storia dell’irradiazione UV

Niels Finsen, medico danese, ricevette nel 1903 il Nobel per la fisiologia o medicina per il lavoro pionieristico sulla fototerapia delle malattie cutanee. Dopo aver studiato gli effetti della luce solare su insetti e animali, si concentrò sugli ultravioletti. Un collega soffriva di lupus vulgaris, causato dallo stesso batterio della tubercolosi polmonare, resistente ai trattamenti del tempo. Finsen osservò un rapido miglioramento irradiando le aree colpite. L’arrivo degli antibiotici mise in secondo piano l’approccio, ma il suo lavoro contribuì agli studi sulla sterilizzazione UV. La capacità degli UV di inattivare o distruggere patogeni, anche nella disinfezione dell’aria, è oggi ben stabilita. [4-7] Anche l’agente responsabile della COVID può essere inattivato dagli UV. [8]

L’articolo sostiene che l’irradiazione UV del sangue possa risolvere rapidamente varie infezioni. Cita una serie di 47 pazienti con poliomielite spinale da iniziale a moderata, descritti come tutti guariti con il solo trattamento.

Altre infezioni e condizioni, comprese epatiti virali acute e sepsi avanzate, sono descritte come guarite o nettamente migliorate. [9,10]

D-dimero e persistenza della proteina Spike

Gli autori collegano la persistenza di Spike dopo COVID o vaccinazione a D-dimeri elevati. Il D-dimero deriva dalla degradazione dei coaguli; un aumento può indicare un’attività maggiore di formazione e dissoluzione dei coaguli. [11] Secondo gli autori, un valore normale non esclude Spike, mentre una nuova elevazione ne sarebbe un indicatore in pazienti infettati o vaccinati. Citano autopsie che riportano microtrombi nell’80–100% dei pazienti COVID. [12] L’articolo riferisce D-dimeri quasi sempre elevati nei pazienti COVID e risultati peggiori associati ai livelli maggiori. [13,14] Uno studio prospettico citato osservò l’aumento in 137 pazienti consecutivi, correlato alla gravità clinica dell’infezione. [15] Dopo la fase acuta è stata riferita una persistenza della proteina per diversi mesi. [16]

Spike è descritta come direttamente coinvolta nell’aumento della formazione di coaguli. [17,18] Gli autori ritengono che non si possa parlare di controllo o eliminazione finché i D-dimeri rimangono elevati.

La persistenza di D-dimeri elevati indica una formazione e dissoluzione anomala di coaguli ed è associata a maggiore mortalità. Gli autori considerano sia malattie trombogene sia la persistenza di Spike dopo infezione o vaccinazione. [19-21] L’articolo propone il D-dimero, più accessibile del dosaggio di Spike, come indicatore indiretto della sua presenza nel sangue. Per gli autori, la normalizzazione suggerirebbe eliminazione o forte riduzione della proteina circolante. Un’analisi della patologia e delle terapie bio-ossidative era già stata pubblicata. [22]

Gli autori affermano che molti pazienti con COVID cronico grave, forse la maggioranza, sono anche vaccinati. Attribuiscono i disturbi a Spike e descrivono il meccanismo vaccinale come produzione della proteina da mRNA per stimolare una risposta immunitaria. Sostengono che Spike abbia una tossicità propria e che la produzione prolungata dopo vaccinazione possa causare diverse condizioni croniche, citando studi umani e animali.

Anche i frammenti della proteina Spike sono descritti come tossici e fortemente patogeni. [23-25]

Gli autori ricordano che tossicità e patogenicità delle proteine Spike del SARS-CoV erano studiate prima della pandemia. [26,27] Citano uno studio animale nel quale un vaccino che esprimeva una proteina Spike del SARS-CoV non proteggeva dall’agente bersaglio e provocava infiammazione con necrosi epatica. Gli animali esposti ma non vaccinati non presentavano sintomi clinici. Gli autori si interrogano sul ruolo fisiologico del vaccino in quell’esperimento. [28]

L’articolo afferma che le iniezioni prima o dopo la COVID aumentano Spike, talvolta a lungo, e che le cellule che hanno assimilato l’mRNA potrebbero continuare a produrla per un tempo indefinito. [29,30] Uno studio citato riferisce che il 12% dei 720 soggetti che ricevettero un vaccino produttore di Spike presentò rapidamente D-dimeri elevati. [31] Per gli autori una coagulazione anomala non è mai desiderabile e non dovrebbe essere una risposta vaccinale normale. Irradiazione UV del sangue e D-dimeri elevati legati alla COVID: furono trattati pazienti con sintomi cronici e valori elevati. Presentavano vari disturbi comuni: deficit cognitivi e mentali, dolori toracici, articolari e muscolari, perdita o alterazione di olfatto e gusto, tosse, cefalea e problemi gastrointestinali. Gli autori presumevano la persistenza di Spike nel sangue e nei tessuti. [32]

Fu utilizzato un apparecchio Kastner per l’irradiazione UV del sangue. [33] L’apparecchio emette UV-C a 254 nm, lunghezza d’onda descritta come particolarmente assorbita dalle proteine estranee, provocandone la denaturazione. [34,35] Gli UV-C alterano anche RNA e DNA, inattivando i patogeni. L’articolo indica che batteri e virus assorbono circa cinque volte più energia fotonica dei globuli rossi e bianchi circolanti.

Gli autori citano studi sulla destrutturazione di Spike tramite UV-C e sulla riduzione del legame con il recettore ACE2, meccanismo collegato da loro a coagulazione e danni tissutali e d’organo. [36,37]

Furono inclusi pazienti con D-dimeri superiori a 500 ng/cc, ossia 0,5 mg/L. Oltre al sollievo sintomatico, l’obiettivo era scendere sotto 500, soglia considerata normale. Gli autori preferivano tuttavia valori tra 200 e 300 e osservavano che gli intervalli di riferimento statistici possono risultare poco rappresentativi se gran parte della popolazione esaminata presenta anomalie.

Irradiazione UV-C, passaggio singolo: Il protocollo descritto utilizzava 50 cc di sangue venoso e 5 cc di citrato di sodio in una siringa da 60 cc, con un passaggio nell’apparecchio UV-C. Il sangue era poi restituito per via venosa a circa 1 cc ogni tre secondi. Il consueto tubo di cristallo trasparente era stato sostituito da una linea ASID di 75 cm, meno costosa. Dimostrazione video: https://rumble.com/v3i5kd8-ultraviolet-blood-irradiation-1-pass.html.

Irradiazione UV-C a passaggi multipli con ossigeno: Alcuni pazienti ricevettero anche ossigenoterapia ematogena HOT. Una siringa con 60 cc di ossigeno era collegata a un’estremità della linea ASID nell’apparecchio, l’altra a una siringa con 50 cc di sangue e 5 cc di citrato. Il contenuto veniva spinto alternativamente tra le siringhe per circa 150 secondi, formando molta schiuma. Il sangue residuo non schiumoso era reinfuso per via endovenosa. Dimostrazione video: https://rumble.com/v3i59hm-hematogenic-oxydation-therapy.html. Un altro video mostra più chiaramente il movimento alternato della tecnica: https://rumble.com/v3j379q-dubai-practitionner.html

Risultati clinici e di laboratorio

Non si trattava di uno studio ampio e rigorosamente controllato. Gli autori giudicarono comunque i risultati notevoli. Dieci pazienti ricevettero un passaggio UV-C oppure passaggi multipli con 60 cc di ossigeno nel circuito chiuso prima della restituzione del sangue.

Due pazienti ricevettero soltanto un passaggio UV-C. Un paziente di 74 anni ricevette quattro sedute in quattro mesi: i D-dimeri scesero da 863 a 741 senza normalizzarsi. Un militare svizzero di 20 anni, non vaccinato, lamentava forte pressione alla testa da una o due settimane. Un test COVID di routine risultò positivo. Ricevette due sedute a due settimane di distanza; il disturbo scomparve e i valori scesero da 519 a 382. Gli autori interpretarono il caso come un indizio di efficacia e ipotizzarono che intervenire precocemente potesse facilitare l’eliminazione di Spike circolante.

Otto pazienti ricevettero passaggi multipli UV-C associati a HOT: Il testo descrive dapprima tre pazienti fra 65 e 89 anni. In un sessantacinquenne i D-dimeri scesero da 2'976 a 591 dopo due sedute a sei settimane di distanza. Descrive anche una persona di 58 anni con riduzione da 1'121 a 310 dopo due sedute in una settimana. Nella persona di 89 anni il valore scese da 1'996 a 357 dopo due sedute in sei settimane. Altri cinque pazienti fra 40 e 73 anni presentavano sintomi cronici. Quattro ricevettero una sola seduta e, sentendosi bene, non tornarono: mancò quindi il controllo di laboratorio. Il quarantenne ricevette due sedute e non tornò. I valori iniziali erano fra 571 e 1'002. Gli autori ipotizzano una correlazione fra miglioramento clinico e riduzione dei D-dimeri, senza averla definita precisamente. Sicurezza: presentano una storia favorevole dell’irradiazione UV del sangue, purché si rispettino il protocollo e l’assenza di sovraesposizione. Indicano un assorbimento preferenziale negli acidi nucleici dei patogeni, preservando le proteine sanguigne, e citano applicazioni per ridurre i patogeni nel plasma e nei componenti ematici destinati ad animali o esseri umani. [38,39]

L’irradiazione UV del sangue intero con riboflavina è descritta come capace di ridurre fortemente l’infettività di Plasmodium falciparum (agente della malaria), senza emolisi significativa. [40] Un altro studio citato riferisce una forte riduzione dei patogeni senza danni significativi ai globuli rossi. [41] Pur aumentando lo stress ossidativo nei patogeni, secondo l’articolo gli UV aumenterebbero la capacità antiossidante dell’albumina, principale proteina del sangue. [42]

Gli autori distinguono l’irradiazione del sangue dall’esposizione diretta della pelle agli UV. Come per una scottatura solare, diverse lunghezze d’onda possono danneggiare la pelle se eccessive. [43] Sottolineano l’importanza della quantità totale e della velocità di somministrazione. Una stessa energia può avere effetti diversi secondo l’applicazione; ricordano gli usi controllati degli UV in dermatologia. [44]

Secondo la testimonianza citata, nessun effetto negativo significativo fu osservato fra oltre 1'000 pazienti trattati alla Riordan Clinic di Wichita, Kansas. [45]

Il protocollo della clinica preleva 60–300 cc di sangue, li diluisce in un volume più volte maggiore di soluzione fisiologica e li ozonizza fuori dal corpo. La soluzione viene reinfusa in 30–90 minuti attraverso una linea nell’apparecchio UV. Segue una perfusione di vitamina C, generalmente 50 g. Sono citate anche pubblicazioni russe con rari effetti avversi lievi e transitori. [46] Lunghezze d’onda e protocolli variano notevolmente nel mondo. Gli autori ritengono tuttavia la procedura particolarmente sicura ed efficace e citano, oltre all’inattivazione di patogeni e tossine, cambiamenti biochimici, clinici e metabolici favorevoli descritti nelle rassegne. [9,47]

Conclusioni. Le proprietà antipatógeniche degli UV sono note da oltre un secolo, specialmente per la disinfezione esterna. Gli autori ne sostengono anche l’impiego nelle infezioni interne e attribuiscono il limitato utilizzo alla scarsa conoscenza e alla preferenza per farmaci costosi.

A causa di quella che descrivono come diffusione mondiale di Spike, gli autori propongono di dosare inizialmente i D-dimeri in ogni paziente con qualsiasi sintomo o condizione.

Ritengono che la persistenza di Spike possa imitare o aggravare numerose condizioni e che un risultato positivo richieda un intervento urgente, ipotizzando che un ritardo favorisca l’insediamento duraturo in cellule e tessuti. Secondo loro, la proteina sarebbe più facilmente eliminabile nel sangue. Una serie di trattamenti UV potrebbe migliorare i risultati nei pazienti con D-dimeri elevati attribuiti a Spike circolante.

Gli autori sperano che questa osservazione pilota stimoli nuove ricerche cliniche sull’irradiazione UV del sangue come terapia bio-ossidativa per infezioni, compresa la COVID, e altre condizioni.

Rimandano a rassegne sulle condizioni non infettive trattate con questa metodica nella letteratura precedente agli antibiotici. [9,10,48]

Riepilogo. Gli autori presentano Spike come importante causa di morbilità e mortalità, talvolta persistente dopo infezione acuta. Affermano che la vaccinazione possa complicarne la riduzione e ipotizzano un’esposizione per contatto con persone portatrici. Propongono il D-dimero come esame abituale quanto glicemia, colesterolo o emoglobina. Osservano che molti trattamenti e integratori non producono una risoluzione clinica importante e sostengono terapie bio-ossidative come vitamina C, perossido d’idrogeno, UV, ozono e ossigeno iperbarico. Il rapporto descrive un’esperienza limitata in pazienti sintomatici con D-dimeri elevati. Gli autori collegano tali valori alla trombogenicità di Spike e raccomandano un intervento immediato anche con sintomi lievi. Per la capacità descritta di denaturare ed eliminare Spike, il costo e la semplicità di somministrazione, propongono l’impiego precoce degli UV quando disponibili.

(Fabrice Leu è naturopata con diploma federale e formatore con attestato professionale federale. È presidente dell’ASNFD, Associazione svizzera dei naturopati con diploma federale. Vedere www.asnfd.org. Esercita la medicina naturopatica da 30 anni e utilizza spesso terapie bio-ossidative come irradiazione UV del sangue, autoemoterapia all’ozono e vitamina C endovenosa. Contatto: ecolecmn@gmail.com.

(Thomas E. Levy, MD, JD è specialista certificato in medicina interna e malattie cardiovascolari, nonché avvocato. Contatto: televymd@yahoo.com. I suoi articoli OMNS sono disponibili nella sezione «Orthomolecular» a questo indirizzo: https://www.peakenergy.com/health_ebytes.php )

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La medicina nutrizionale è medicina ortomolecolare. La medicina ortomolecolare utilizza approcci nutrizionali descritti come sicuri ed efficaci contro le malattie. Ulteriori informazioni: http://www.orthomolecular.org